Friday, November 1, 2013

"Il mostro che non c'è"

“Il mostro che non c’è”. La storia di Stefano Alvaro, un incensurato di 23 anni finito in carcere per errore
Una denuncia del suo "rivale in amore" lo fa entrare nel tritacarne mediatico con un’accusa di tentato omicidio, stalking, violazione di domicilio
04/10/2013 | Eloisa Covelli | Ilpunto.it

REGGIO CALABRIA – La prima cosa che ho fatto una volta fuori di casa? «Ho rivisto gli amici, ho fatto una passeggiata sul corso. L’esperienza in carcere è stato qualcosa che non avrei mai voluto vivere, ma ora sto meglio». Stefano Alvaro è un mite ragazzo di 23 anni, incensurato, di buona famiglia, cresciuto tra Reggio e Caserta che improvvisamente, un bel giorno, è stato sbattuto su tutti i giornali e su tutti i tg come il “mostro”. Dopo una scazzottata con il suo “rivale in amore” si è ritrovato con un’accusa di tentato omicidio, stalking, violazione di domicilio sulle spalle e un’ordinanza di misura cautelare in carcere recapitata mentre stava in montagna alla vigilia di Ferragosto. La sua foto segnaletica ha fatto il giro dell’Italia. Proprio mentre il “decreto contro il femminicidio” andava in vigore: arresto obbligatorio in fragranza, allontanamento d’urgenza, irrevocabilità della querela. Ecco cosa succede quando l’ingranaggio media-procura-forze dell’ordine si inceppa. Viene organizzata una conferenza stampa per parlare dell’arresto contemporaneamente all’interrogatorio di garanzia. Poi, con il passare dei giorni, l’accusa viene ridimensionata. Il 31 agosto Stefano (difeso dagli avvocati Angelo Pisano e Domenico Alvaro) passa dal carcere ai domiciliari. Da ieri rimane solo l’obbligo di dimora a Reggio Calabria, lontano dal luogo della rissa (Laureana di Borrello) e con il coprifuoco (alle 21 a casa). L’ordinanza di sostituzione di misura coercitiva recita testualmente: “In data 30.08.2013, il Tribunale della Libertà, escludendo la sussistenza dei gravi indizi per uno dei due tentativi di omicidio e riqualificando il secondo come reato di cui agli artt. 582 e 583 c.p. n.1, ha annullato in parte detta ordinanza, che il Tribunale del riesame ha notevolmente ridimensionato l’originaria gravità dell’accusa, dovendosi ritenere che l’Alvaro dimostri una pericolosità sociale senza dubbio minore di quella che sembrava avere all’inizio delle indagini”. Ma di questo nessuno scrive, nessuno ne parla, perché una scarcerazione non fa notizia.


Certo è che sia lui che la famiglia vogliono che lui paghi per quello che ha fatto: lo stesso Stefano ha ammesso che c’è stata una rissa (sfociata tra l’altro in denunce reciproche). Intanto la ragazza, che ha lasciato Stefano, è stata a sua volta lasciata. E certo la lezione sarà servita a tutti e tre. Ma Stefano potrebbe pagarla troppo cara, perché le foto segnaletiche hanno fatto il giro dei media e quello sguardo sbarrato rimarrà nella mente di tutti. E così il mite ragazzo di provincia, che per un sera ha fatto a cazzotti, potrebbe rimanere per la massa un mancato assassino. In poche settimane di carcere ha imparato le regole della galera: «Non “si taglia l’aria” agli altri detenuti, ovvero non si taglia la strada agli altri quando l’incroci nell’ora d’aria; bisogna portare rispetto ai più anziani; si saluta sempre tutti; ecc.». Dopo un giorno di isolamento è stato portato in una cella dove c’erano altre quattro persone, quando è andato via quella cella aveva sette “inquilini”. «La cosa più brutta è stato svegliarsi in carcere ogni mattina per giorni e giorni – dice Stefano – Sognavo di stare altrove e aprivo gli occhi ed ero ancora là. Una volta tornato a casa mi succedeva il contrario: sognavo di stavo in carcere, invece mi svegliavo nel mio letto». Adesso ci sarà il processo, l’appello e la Cassazione. Quando Stefano avrà la sentenza definitiva sarà praticamente un uomo. Che avrà già scontato ampiamente la sua pena.